Capitolo 3
Poiché questo è il messaggio che avete udito fin da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. Non come Caino, che era dal maligno e uccise il suo fratello. E per qual motivo l'uccise? Perché le opere sue erano malvagie, mentre quelle di suo fratello eran giuste.
1 Giovanni 3:10-12
Dal primo diario di Nicolò Mendoza:
Caro diario,
oggi la mamma ha voluto che andassimo tutti insieme in chiesa e il prete ha parlato di Caino e Abele. Abele mi sembra uno di quei ruffiani che ridono alle battute dei professori e che hanno sempre un pugnale in mano. Alla fine è Caino quello sincero. Non è colpa sua se l’hanno fatto impazzire. Lui lavorava la terra, si faceva i cazzi suoi, e poi Abele sacrifica a Dio gli agnelli più belli, come si fa a preferire uno che sacrifica gli agnelli. E poi Dio a un certo punto dice “Nessuno tocchi Caino!” Ci potevi pensare prima.
Dopo la messa la mamma ha mandato me e Febo al LIDL. C’era un gruppo di ragazzi della mia scuola che riempiva il carrello di birre, poi una donna con i labbroni e le sopracciglia a riga mi ha guardato come nei porno. Un bel po’ di gente brutta guardava il pavimento. Poi Febo mi ha chiesto il gelato e anche la pizza e allora io ho tirato fuori i soldi che mi aveva dato la mamma ma erano pochi. Febo era lì che calciava il carrello e mi faceva pena.
La cassiera era una tipa carina con i capelli blu e un piercing sopra il labbro, al centro. Le avrei detto una barzelletta se non mi avesse lanciato quello sguardo quando ho dovuto mettere giù metà delle cose perché i soldi non mi bastavano. La gente in coda dietro di noi sbuffava. Poi mi sono ricordato che la mamma mi aveva chiesto anche le sigarette. Lei impazzisce se non ha le sigarette. Se rimane senza le viene il mal di pancia e non riesce ad andare in bagno. Fuma quasi due pacchetti al giorno, ma fuma come se non gliene fregasse niente, butta via sempre metà sigaretta.
Quando siamo tornati la porta di casa era mezza aperta. Ho rubato da sopra il tavolo la penultima sigaretta e poi mi sono accorto che c’erano tre bottiglie di birra vuote e ho sentito qualcuno che rideva. Sono andato nella camera da letto della mamma e ho visto un uomo in piedi, nudo e con la sigaretta in mano. Aveva il coso mollo e pieno di peli rossicci. Sul letto c’era un altro uomo e la mamma era distesa accanto a lui. All’improvviso sono andati tutti fuori di testa, gli uomini hanno cominciato a dire alla mamma che faceva schifo. Io ho preso Febo e ci siamo chiusi in camera. Abbiamo fissato il vuoto per quasi un’ora, finché la mamma non ci ha chiamati perché era uscita a comprare il gelato.
N.M.
***
Appoggio il diario di Mendoza sul comodino. I suoi diari sono vera letteratura americana, quella che ho sempre cercato di imitare. Leggo un capitolo di Ellis o della Oates e subito mi metto a scrivere, ma quello che scrive lui è meglio, non c’è premeditazione.
E’ una sensazione strana, come di un amore mai consumato. Da quando ho incontrato Paolo ho passato almeno quattro ore al giorno seduto sul divano a guardare documentari, video true crime e serie tv che parlano di Mendoza. Non avete idea di quanti ce ne siano. Un video in particolare mi ha colpito, l’ho visto su YouTube e dura appena tre minuti, tre minuti di zoom ossessivi alla Andy Warhol sul suo viso che non guarda da nessuna parte. Gli occhi sono aperti, ma chiusi dall’interno. La grana della sua pelle sembra quella di una pesca. I suoi occhi scuri quasi non hanno pupille. In sottofondo, nella mia testa, c’era Rebel Rebel di David Bowie. Solo guardandolo sbattere le palpebre in quel video ho capito che se fosse stato vivo avrei fatto di tutto per piacergli, proprio come ho sempre fatto con mio padre.


Esistono parole che penetrano dritte al cuore, capaci di turbare la quiete che con tanta fatica avevo costruito. Eppure, in questo struggimento, riconosco il seme della crescita. Questo frammento del tuo racconto mi ha scosso, risvegliandomi dal torpore. Mi ha ricordato che nulla è garantito e ha dato voce alla mia paura più profonda, quella di non essere presente a proteggere chi amo.
Nonostante le ferite che quella persona mi ha inflitto, la mia promessa non vacilla. Anche nel dolore, il mio giuramento resta intatto: io ci sarò. Non per obbligo, ma per la nobiltà di un legame che non conosce rinnegazione.