Capitolo 2
Stamattina c’era quel meraviglioso sole che splende dopo la pioggia, così ho fatto una passeggiata fino alle rive del Brenta. Ho bevuto un macchiatone nel bar di Lele che a quell’ora era pieno di ragazzini con zaini di super eroi che non conosco. Guardandoli chiacchierare pallidi e sporchi di sonno mi sono intristito, così sono tornato a casa.
Adesso sono le tre del pomeriggio. A quest’ora il sole comincia ad agitarmi, mi suggerisce una vaga idea di fine. Ho tirato tutte le tende, acceso la luce, e ora eccomi qua.
Incredibile come certe giornate rimangano impresse, come se qualcosa, nel subconscio, fosse già consapevole del futuro.
Ho quindici anni ed è un sabato qualunque, con un cielo che si ostina a rimanere neutro, una di quelle giornate che sono quasi parentesi dentro al tempo, porti franchi dove poter fare quello che si vuole, dove poter mangiare troppo e fare un riposino pomeridiano senza sentirsi in colpa.
Un mio amico, Nicola detto Nik, uno alto e pieno di ricci, mi porta nel piccolo parco dietro la gelateria Girotondo dove io prendo sempre due palline di cioccolato fondente senza latte. In quel periodo quello è il nostro punto di ritrovo: alcuni ci vengono con lo scooter, altri si nascondono a fumare sigarette, altri ci portano le ragazze. Quel giorno, però, ci siamo solo io e Nik, seduti su una panchina che spunta appena tra l’erba alta. Penso persino che mi debba parlare di qualcosa di importante, tanto è solenne la situazione, e invece no, lui tira fuori dalla tasca una piccola scatola di latta celeste e mi guarda.
- Che ne dici? - mi chiede.
- Di cosa? -
- Di questa. Ce ne fumiamo una? -
- Cos’è? -
Credo mi sia venuta una faccia di cera, perché lui ride e dice - Non è mica eroina, è solo erba -
Al che io mi vergogno e gli blocco di colpo la mano che sta rimettendo in tasca la scatoletta.
- Che fai, certo che ce ne fumiamo una -
Nik sorride e indugia un paio di secondi sui miei occhi.
- Va bene. Ce l’hai l’mp3? Metti un po’ di musica -
- L’ho lasciato a casa -
Intanto Nik sta girando una canna con un mezzo sorriso stampato in faccia. Poi la accende con gli occhi socchiusi, fa un paio di tiri e me la passa. Faccio un paio di tiri anche io. Il gusto è buono, ha un che di dolciastro, è decisamente migliore del gusto delle Philipp Morris, il fumo è più denso e io lo sento entrarmi nei polmoni e sfiorarmi il cervello, come una mano fresca sulla guancia. Aspetto qualche minuto e provo per la prima volta quel senso di attesa irrequieta che un giorno diventerà una costante, il momento in cui si aspetta di provare qualcosa.
Comunque, quando faccio quei due tiri, lì per lì non accade niente. Nick allora insiste, fai un altro tiro! E io lo faccio, anzi, ne faccio altri tre. Penso ai cattivi odori e poi alle montagne, ai giri in bici a Baselga di Pinè. Ai corvi sopra la mia testa, mentre siedo sul seggiolino, dietro a mio padre. Penso a queste cose e poi a nulla, rimango solo a fissare i rami di un albero. A un certo punto Nik mi propone di andare a mangiare un gelato e io in effetti ho fame, così mi alzo e mi incammino dietro di lui fino alla gelateria. Vedo i miei occhi attraverso la vetrina e penso: non si può abbandonare una persona depressa. Penso a Sharon. Perché non muore. Non lo sto proprio pensando, è più una voce nella mia testa. Mi siedo su una panchina di plastica bianca e Nik mi porta il gelato.
Tre ore più tardi, dopo aver masticato quattro gomme alla menta tutte insieme, torno a casa.
Questo è accaduto in aprile e io, oggi, vedo quell’episodio come l’inizio di una metamorfosi. A giugno finiscono le scuole medie e io porto una tesina sulla Resistenza, su consiglio della mia professoressa di italiano. Dopo aver guardato i voti scritti in corsivo sulla mia pagella, il massimo dei voti in tutte le materie, corro a casa con le guance rosse. Devo dare ai miei genitori la notizia, mettere sullo zerbino il topolino che ho ucciso per loro. Quando entro, però, il salotto è silenzioso e Sharon è chiusa nella sua camera.
- Mamma -
Silenzio.
- Mamma -
- Eh -
La stanza è buia, ma io vedo tutto. I capelli mossi e scuri che coprono il cuscino, il volto deformato, gli occhi cattivi che si rifiutano di aprirsi.
- Ti dico i voti? -
- Scusa amore, dopo -
- Solo un attimo -
- Dopo… dopo ti ascolto -
Mio padre mi mette una mano sulla spalla e piano mi spinge fuori dalla stanza.
- È arrabbiata con me? - chiedo.
- No, ha mal di testa. Andiamo al centro commerciale. Non volevi quell’orologio da esploratore? -
Iniziano le vacanze estive. In prigione ho fatto parecchia autoanalisi, ma ogni volta che arrivo al me bambino trovo un muro e nel mio cervello una macchia di vernice bianca si dilata e copre tutto. C’era qualcosa in me, negli scatti di rabbia che poi ho imparato e reprimere, nelle trame di vendetta che poi ho imparato ad attuare solo nella mia testa. Mi viene in mente una serie tv che da ragazzo guardavo con i miei genitori, Desperate Housewives. Ricordo che c’era questo personaggio, interpretato dallo stesso attore che faceva Dale Cooper in Twin Peaks, che per vendetta rubava. Non ne aveva bisogno, era una punizione che lui infliggeva alla moglie e a chi lo faceva sentire inferiore.
Io, come lui, potevo avere tutto e anche di più, però c’era Federico Z, che aveva questo sguardo dimesso e un astuccio fatto al telaio, pieno di penne. Dovevo rubarglielo. E che ringrazi di non essere stato preso a morsi su quel suo faccino carico di giudizio morale. Due fazioni, lui di famiglia povera, classe operaia, tanti fratelli, l’approvazione dei professori. Io, figlio unico, benestante, padre avvocato, madre depressa. Io con i miei astucci a tre, quattro, mille scompartimenti, lui con questo astuccio che in realtà era un lavoretto fatto alle materne. Indovinate chi è più felice oggi? Nessuno dei due, perché al liceo Federico ha conosciuto una tipa molto figa, ma piena di eroina fino alla punta dei capelli blu, e credo non ne sia ancora venuto fuori.
Comunque, vi riporto di seguito la conversazione che avvenne tra la maestra Eddi e i miei genitori quando venne trovato l’astuccio di Federico nel mio zainetto.
- è vero, vostro figlio si annoia, ma dovete capire che noi dobbiamo seguire tutti i bambini, anche quelli che ci mettono un po’ di più… - sta dicendo la maestra. Mio padre le fissa i lunghi peli delle ascelle che le fuoriescono dalla canotta di lino. La maestra Eddi, pace all’anima sua, è una donna pallida, che porta capelli corti e occhiali rettangolari con la montatura sottile. Mio padre arriccia il naso e fa un respiro profondo.
- Certo, lo capiamo, ma Niccolò.. è come se si dovesse scusare per il fatto di essere intelligente -
La luce al neon si spegne e si riaccende. Io siedo accanto ai miei genitori, con la mia tuta blu Benetton e i capelli color miele sparsi sulla fronte.
- Niccolò ha i voti più alti della classe. Per questo siamo… Per questo non l’abbiamo ancora punito. È educato. Qualche giorno fa ha visto un bambino seduto da solo sul muretto ed è andato a giocare con lui, gli ha messo in mano il suo Game Boy… Non riusciamo a darci una spiegazione -
- Nemmeno noi - risponde Sharon, giocando con le frange della borsa, senza alzare gli occhi.
- Perché l’hai fatto, Niccolò? - mi chiede la maestra.
-Mm? Non lo so - rispondo, alzando le spalle. Guardo di sfuggita mio padre - comunque non lo farò più - mi dondolo sulla sedia. Sharon sospira e rivolge lo sguardo fuori dalla finestra. Pioviggina. Sharon ha un brivido.
- Niccolò ha sbagliato, chiederò io stesso scusa alla famiglia, comprerò anche un astuccio nuovo, ma qui il discorso è un altro… -
- Con gli altri insegnanti abbiamo pensato a una possibile soluzione. Che ne pensereste se il bambino venisse spostato nella classe successiva? In pratica salterebbe un anno. Poi sta anche a voi controllare le cose che guarda, i libri che legge… - dice la maestra, facendo ondeggiare una matita.
- Per lei quindi il bambino non può essere curioso? Dovrei limitarlo? - Risponde Sharon con la voce acuta che le viene ogni volta che sente negli altri un velo di accusa. La maestra sorride (più o meno, solo le labbra).
- Certo che… -
- Tu Niccolò cosa vuoi fare? Vuoi cambiare classe? - mi chiede mio padre.
Io alzo di nuovo le spalle e rispondo che va bene. Voglio solo tornare a casa e giocare ai Pokémon o andare a caccia di rane con Christian.
- Non ti dispiacerebbe lasciare i tuoi amici? - mi chiede la maestra.
- No - continuo a dondolarmi sulla sedia. Mia madre mi mette una mano sulla schiena per fermarmi.
- Bene - dice mio padre alzandosi - ci faccia sapere come dobbiamo procedere. Scusi ancora… -
- Non si preoccupi, è solo che quell’astuccio lo aveva fatto il bambino con i fili e il telaio, lo aveva da anni… -
Sharon alza impercettibilmente gli occhi al cielo.
- Sai che quando loro fanno la festa di compleanno a casa danno ai bambini solo tre fogli di carta igienica? - dico all’improvviso, guardando prima mio padre e poi mia madre. La maestra accenna un sorriso.
Mio padre stringe la mano alla maestra, Sharon invece no.
Fuori la nebbia ha reso il paesaggio omogeneo, piacevole. Sharon prende dalla borsa un flacone di crema e se ne mette un po’ sul dorso della mano sinistra. Un profumo di gigli invase l’aria. Si accende una sigaretta sottile.
- Ma li hai visti anche tu i peli sotto alle ascelle? Come si fa a ridursi così -
L’estate in cui finii le medie iniziai a sentirmi un po’ come un quadro di Ernst, non bello, ma qualcosa che dovevi fermarti a guardare, qualcosa che richiedeva attenzione. Fu l’estate delle lucciole. Del sudore che ha comunque un odore piacevole. Dell’erba fresca di notte, che solletica le gambe. Dell’odore di tabacco. Dei profumi Bon Bon Malizia alla pesca delle ragazze. E della prima volta che vidi Rebecca.

